La mano aperta. Cosa mi sta insegnando Wayne Dyer sull’abbondanza

La mano chiusa resta a secco. Una riflessione personale su abbondanza, ego e sentimenti nel capitolo 10 de “Il potere dell’intenzione”.

La mano aperta. Cosa mi sta insegnando Wayne Dyer sull’abbondanza

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Dove eravamo rimasti

Nella prima parte ho raccontato come sono arrivato a “Il potere dell’intenzione” di Wayne W. Dyer, e perché ho scelto di scrivere Intenzione con la I maiuscola. Mi sono fermato sul modo di guardare le cose, sull’accorgersi e sull’arte del permettere.

Ora torno al capitolo 10, quello dedicato all’abbondanza, e a un paragrafo che si intitola “Abbondanza, distacco e sentimenti correlati”. C’è una frase, lì, che alla prima lettura non avevo capito bene. Ci ho girato intorno, e alla fine mi ha portato lontano.

L’abbondanza non si trattiene

Dyer scrive che essere in armonia con l’abbondanza dell’intenzione è fondamentale, ma che è altrettanto importante diventare consapevoli che “non è possibile aggrapparsi o voler trattenere l’abbondanza che investe la nostra vita” (p. 213).

Io la leggo così. Essere in sintonia con il volto dell’abbondanza illimitata è molto importante, ma bisogna anche imparare a farla scorrere nella nostra vita, senza bloccarla. L’abbondanza è un flusso che passa, non un oggetto da chiudere in cassaforte. Bisogna lasciare che il flusso continui, altrimenti non è più un flusso.

Mi aiuta un’immagine semplice. Se apro il rubinetto e metto la mano sotto, l’acqua la attraversa: la prende, la ricopre completamente e poi scende giù. Se invece chiudo la mano a pugno, il palmo non trattiene niente, l’acqua scivola via. E quando riapro la mano non c’è più niente. Non è stata bagnata, non è stata nutrita.

Due mani aperte a coppa sotto un getto d'acqua limpida che cade sulla terra, dove crescono piccole piante.
La mano aperta: l’acqua la attraversa, la nutre, e poi continua il suo corso.

La mano chiusa resta a secco. Quella aperta viene attraversata, e nutrita.

La diga e la cisterna

Dyer torna spesso sull’ego, e anche qui lo indica come la parte di noi che vorrebbe attaccarsi alla ricchezza. Non quella autentica. Ci ricorda che non siamo ciò che possediamo, né ciò che facciamo: “non siamo i nostri beni” (p. 213).

Secondo me l’ego agisce in due momenti.

Prima costruisce una diga. Le resistenze che mettiamo all’abbondanza, spesso senza accorgercene, sono come una diga piazzata davanti a noi. L’acqua ci passa ai lati e non ci bagna. Non ci tocca, perché siamo noi i primi a non lasciarla arrivare.

Poi, quando l’abbondanza arriva, la chiude in una cisterna. È come ricevere da un ruscello tutta quell’acqua e incanalarla in un proprio pozzo, senza darla a nessuno. Intorno ci sono persone assetate, e la si dà con il contagocce, o non la si dà affatto.

In entrambi i casi il flusso si ferma. E quando si blocca il flusso di qualsiasi cosa, si blocca tutto: non ce n’è più per nessuno, e alla fine nemmeno per chi l’ha trattenuta, perché cambia il paesaggio intorno.

In natura lo vediamo bene. Se il flusso continua, tutto è un ciclo: il tempo delle piogge, poi il tempo del caldo, e le cose ricominciano a crescere.

Il serbatoio che fa scorrere

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: allora non si deve mai mettere da parte niente? Non è questo che intendo.

Poco più avanti, infatti, Dyer usa proprio la parola “accumulare”, ma riferita all’energia divina. Io la vedo così: siamo come dei serbatoi. Accogliamo energia che poi usiamo per i nostri scopi, quindi non resta ferma. Il serbatoio fa parte del flusso: raccoglie per poi convogliare l’acqua dove desideriamo, e soprattutto dove ce n’è bisogno.

La differenza tra serbatoio e cisterna non sta nell’accumulare, ma nello scopo. Il serbatoio raccoglie per far scorrere. La cisterna dell’ego raccoglie per trattenere.

I sentimenti come bussola

Come facciamo a sapere se il flusso scorre o si è fermato? Per Dyer la risposta sono le emozioni e i sentimenti: uno strumento che misura a che punto siamo (p. 214).

Secondo la sua visione, quando pensiamo a un obiettivo e proviamo passione, felicità, ottimismo, siamo più allineati ai sette volti dell’intenzione, e la realizzazione tende ad avvicinarsi. Se invece c’è dubbio, i tempi si allungano. Per Dyer l’abbondanza è la caratteristica naturale dell’intenzione, e le emozioni ci dicono quanto siamo vicini alla Sorgente.

Qui ritrovo la parola che dico più spesso: accorgersi. Se non ce ne accorgiamo, non possiamo cambiare niente. Ma anche per accorgerci servono dei punti fermi, degli strumenti. Li abbiamo tutti, i sentimenti. Solo che spesso non sappiamo usarli: non li abbiamo ancora decodificati davvero.

Un uomo in meditazione su una roccia in riva all'acqua; dal petto salgono sette nastri di luce colorata.
Ricollegarsi: la Sorgente è sempre lì, siamo noi che possiamo tornare a sintonizzarci.

Per Dyer le emozioni negative indicano che il collegamento con la Sorgente si è indebolito (p. 215). Io non lo leggo come una colpa. Un’emozione negativa, per me, è un segnale da riconoscere: mi dice che mi sono scollegato. E chi sta attraversando un dolore vero, un lutto, una malattia, una separazione, non sta sbagliando niente: sta vivendo qualcosa che merita ascolto e, quando serve, l’aiuto di un professionista.

La Sorgente è sempre lì. Siamo noi che possiamo collegarci quando vogliamo, e allo stesso modo possiamo scollegarci.

E qui la forza di volontà, da cui ero partito nella prima parte, rientra con un compito diverso. Non serve a ottenere, né a forzare le cose. Con la buona volontà possiamo fare una cosa sola: trovare il modo di ricollegarci, ogni giorno un po’ di più.

Trasmettere l’abbondanza

Se l’abbondanza va lasciata scorrere, allora va anche trasmessa. Ma cosa significa, in pratica?

Per me significa insegnare a chi ne ha bisogno come farsi attraversare da questo flusso. Insegnare che abbiamo questo potere, che l’abbondanza ci appartiene per diritto di nascita, come si dice in metafisica.

Una frase che porto con me è questa: siamo nati ricchi. È anche il titolo di un libro di Bob Proctor, un autore che amo molto, “Siamo nati ricchi”. Io credo che la povertà, intesa come convinzione interiore di mancanza, l’abbiamo inventata noi esseri umani. Non è un giudizio su chi attraversa una difficoltà economica reale. È un invito a guardare le resistenze che mettiamo senza accorgercene.

Bisogna capire che possiamo togliere i paletti, cioè quelle resistenze. Allora l’abbondanza fluisce attraverso di noi. E quando lo si impara, va insegnato, e va insegnato con l’esempio.

Non si tratta di buttare via i soldi. Si tratta di donare il sapere: il modo di togliere i paletti, di aprire la mano, di smontare la diga un sasso alla volta.

Accanto a un ruscello che scorre libero, un uomo invita altre persone ad avvicinarsi; raccolgono l'acqua e innaffiano le piante.
Il flusso condiviso: ciò che si impara, si insegna con l’esempio.

I passi finali del capitolo

Il capitolo si chiude con una parte che per me ha molto valore: una serie di passi pratici per trasformare l’intenzione in realtà, consigli da mettere in pratica subito.

Non li riporto qui. Vale la pena leggerli direttamente nel libro, con calma, e scegliere quello che si sente più vicino. Come per la tecnica dell’arte del permettere, ognuno se li deve cucire addosso.


Una domanda per te

In quale ambito della tua vita, oggi, tieni la mano chiusa a pugno?

Può essere il tempo, l’affetto, quello che sai, le tue idee. Non serve cambiarlo subito. Basta accorgersene.

Se ti va, scrivimi nei commenti che cosa ti è venuto in mente leggendo, oppure quale immagine ti è rimasta di più: la mano, la diga o il serbatoio.


Chi scrive

Sono Claudio Chesi. Mi occupo di numerologia, radiestesia e Reiki, e sono fotografo. Con Luce Alchemica accompagno le persone in percorsi di crescita personale, e da circa tre anni tengo incontri online gratuiti sulla Metafisica, dove leggiamo e commentiamo libri insieme. Scopri chi sono.

Le illustrazioni di questo articolo sono state realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.